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lunedì 5 marzo 2018

Il segreto del successo


Da che cosa dipende il successo? Applicazione, impegno, innovazione, talento, fortuna, intelligenza? Quale intelligenza, didattica, relazionale, emotiva? E' più necessaria una preparazione scientifica o una umanistica? Forse molti di voi credono che sia la risultante di tutte queste cose. Ed in effetti lo pensavo anch'io, finché non sono venuto a conoscenza di una ricerca originale condotta all'Università di Catania.

Successo fa quasi sempre rima con ricchezza. La distribuzione della ricchezza segue un modello chiamato "regola 80:20": l'80% della ricchezza appartiene al 20% della popolazione. Forse ultimamente questa sproporzione si è maggiormente ampliata, dato che un report del 2017 ha concluso che solo 8 uomini posseggono la ricchezza equivalente a quella di quasi 4 miliardi di persone povere. Perché accade ciò? Tralasciando per un attimo alcuni fondati discorsi di giustizia sociale, si potrebbe rispondere che è il merito a far pendere la bilancia in modo così ripido. O almeno questa è una delle possibili risposte. Ma, a pensarci bene, la distribuzione delle capacità umane non segue la regola 80:20. Ad esempio, per l'intelligenza, il QI medio è 100, ma nessuno ha un QI di 1000 o 10000. Lo stesso vale per l'impegno, misurato in termini temporali: alcuni lavorano più ore della media e altri meno, ma nessuno lavora moltissime volte più di chiunque altro. Eppure, quando si guardano i compensi, certi "soggetti" hanno patrimoni mille e più volte maggiore rispetto a noialtri.

Così un team dell'Università di Catania, condotto dal dottor Alessandro Pluchino, ha creato un modello informatico del talento umano, che tiene conto del modo in cui le persone lo usano per sfruttare le opportunità nella vita. Il modello consente al team di studiare il ruolo del caso in questo processo, utilizzando simulazioni che riproducono fedelmente la distribuzione della ricchezza reale. Ma gli individui più ricchi non sono i più talentuosi, anche se le abilità non possono mancare; udite, udite, sono i più fortunati. E questo ha implicazioni significative per il modo in cui si possono ottimizzare i rendimenti che si ottengono dagli investimenti in qualsiasi ambito, anche nello scientifico.

Il modello si basa su un gruppo di persone, ognuna con un certo livello di talento, che è distribuito statisticamente intorno ad un valor medio, con alcune deviazioni standard. Quindi alcune persone hanno più talento della media e altre meno, ma nessuno possiede capacità decisamente superiori al resto del gruppo. Si tratta dello stesso tipo di distribuzione osservata per varie abilità umane, o anche per altezza o peso, dato che le nostre caratteristiche dimensionali non mostrano grosse diversità. Il modello classifica ogni individuo supponendo una vita lavorativa di 40 anni, durante la quale agli individui si assegnano eventi fortunati o sfortunati, decisi in modo casuale dal calcolatore. Così, sempre all'interno del modello, tali eventi possono essere sfruttati per aumentare la loro ricchezza, per chi è in grado di farlo.

Alla fine della simulazione, i ricercatori siciliani hanno classificato le persone in base alla loro ricchezza, approfondendo quali sono le caratteristiche per un maggior successo. Inoltre hanno calcolato la distribuzione della ricchezza, ripetendo la simulazione molte volte per verificare l'affidabilità delle conclusioni. La classificazione degli individui in base alla ricchezza è risultata avere la stessa distribuzione di quella esistente in realtà. Dunque, il 20% più ricco è quello dotato di maggior talento, vero? Nemmeno per idea. Gli individui più ricchi di solito non corrispondevano ai più capaci o intelligenti. "Il massimo successo non coincide mai con il massimo talento, e viceversa", afferma il dott. Pluchino. E aggiunge "La nostra simulazione mostra chiaramente che il fattore predominante è solo la pura fortuna".

Non hanno però impostato e affinato un tale modello per curiosità, ma per adottare, se possibile, una strategia efficace per sfruttare il ruolo della fortuna nel successo. Poichè il loro settore è quello della ricerca scientifica, secondo questi studiosi l'applicazione di un simile risultato porta a dire che i migliori rendimenti dagli investimenti in ricerca si ottengono se si dividono equamente i finanziamenti tra tutti i ricercatori. Difatti, il team ha studiato tre modelli, in cui il finanziamento della ricerca è distribuito alla stessa maniera a tutti gli scienziati, o assegnato casualmente ad una parte di essi, oppure dato preferenzialmente a quelli che hanno avuto maggior successo in passato. Proprio la prima delle tre possibilità è stata quella vincente in termini economici.

Ora permettete una considerazione personale. Molte volte per disconoscere i meriti altrui amiamo dire "tutta fortuna!". Da questo studio, pur essendo solo una semplificazione della vita reale, sembrerebbe  quindi trionfare un tale ragionamento qualunquista. Ovvio che non è così. Certo, alcune volte la dea bendata dà veramente una mano, ma senza l'audacia di sfruttarla, le competenze giuste, la capacità di trovare ottimi collaboratori, niente andrebbe in porto. Lo scrivo perché c'è il rischio che qualche adolescente "in ascolto" potrebbe pensare che studio e perseveranza contano relativamente. No, contano eccome. Sono la condizione necessaria. Forse non sufficiente, ma sicuramente necessaria.



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